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DA GORIZIA AL SUO “VIGNETO”: IL COLLIO

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DA GORIZIA AL SUO "VIGNETO": IL COLLIO


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"Le colline ornate da ricchi vigneti" (P.M. Lacroma, 1895) che circondano Gorizia e si estendono in armoniose modulazioni fino al Collio, "il vero vigneto della Contea di Gorizia " (B. Lesker, 1895), diventarono motivo di poesia per diversi "forestieri".
L’i.r. Società Agraria cui spettavano i compiti inerenti l’agricoltura, fu affiancata dal 1850 dalla Camera di commercio e industria che si curava di provvedimenti economici e commerciali.
Ambedue si attivarono per far fronte all’improvviso e considerevole calo della produzione vinicola, determinato dalla comparsa dell’oidio.

Nel 1859 il barone Giuseppe Formentini dalle pagine della Memoria …sull’utilità dell’associazione dei Coloni nei lavori rurali, proponeva la costituzione di una Società di mutuo soccorso di lavoro, da applicare alle piantagioni di vite, per “risentire meno delle gravi perdite ch’ebbero a fare in seguito alla fatale e misteriosa malattia”.

Anche il presidente dell’ente Camerale, Ettore de Ritter si attivava per una “formazione di una società enologica per azioni, la quale abbia per iscopo il miglioramento della produzione dei nostri vini nonché la cura del loro smercio.” La Società Agraria, coadiuvata dall’ Istituto Bacologico sperimentale e dall’Istituto Chimico Agrario, diventò indispensabile nell’erogazione di consigli  quando la  peronospera prima, la fillossera poi, danneggiarono le viti. La produzione subì un improvviso arresto, compensata in parte dall’aumento della superficie vitata e dalla diffusione della coltura specializzata.


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Nel quinquennio 1896-1900 la produzione vinicola del Goriziano si attestò sui 91.000 ettolitri, ossia sul 25% del prodotto totale fornito dalla Città di Trieste, dalla Contea e dal Margraviato d’Istria.
Da Gorizia, capitale del vino, partì un appello ai viticoltori della Contea, di “dare concreta effettuazione alla costituzione di una Società enologica provinciale”. Nel 1901 la Società Agraria indisse un “Assaggio provinciale di vini tipici in Gorizia” per far conoscere ai produttori le varietà di vitigni da innestare e ai commercianti i vini da immettere sul mercato.

Nel 1907 la produzione vinicola era di 325.000 ettolitri e costituiva la principale fonte di guadagno.  
Le locande e le osterie favorivano l'approccio tra coloro che parlavano lingue diverse. Sfide incredibili di morra, dove si mescolavano urla, bestemmie e intelligenza.

"Giochi sconosciuti accompagnati da grida inaudite, attirarono la nostra attenzione.

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Gli avventori erano tutti coloni che dopo il lavoro giornaliero si distraevano con il vino e giocavano. Alzando in alto i pugni ben chiusi e gridando ad alta voce diversi numeri in italiano, perdevano o vincevano soldi e, accesi dal vino, spesso battevano sul tavolo o sulle spalle del compagno", scriveva Henryk Bogdanski nel lontano 1826; la morra venne alla fine proibita perché istigava alla baruffa, ma erano tempi di miseria.


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Ai goriziani buontemponi non mancavano le occasioni per trascorrere momenti in compagnia all’insegna del buonumore. La sera del primo giorno di Quaresima era consuetudine mangiare l’aringa nelle trattorie di campagna: pretesto per una prima gita consumata tra bicchieri di buon vino e allegria. Un tajut con la merenda de piron – oggi a base di prosciutto crudo o cotto alla brace o in forno in crosta di pane – ieri un gulash o una minestra de pasta e fasòi – è piacevole tradizione che nessuno mai si sognerebbe di eliminare. Le poche osterie rimaste, sostituite oggi da pub o da anonimi locali, ospitano ancora appassionati di scopa, briscola e tressette; veri tornei con le carte si  disputano anche in quelle del circondario. Sono queste le mete preferite per degustare i piatti della tradizione, della festa o quelli preparati in occasione di avvenimenti speciali, feste patronali o stagionali…

Per raggiungere il Collio si impiegano 15-20 minuti.

Cliccare per ingrandire"Ci vorrebbero ore e ore per ammirare le rigogliose viti piantate sui terreni a terrazza e intervallate da ulivi. Quindi la piana di Cormons costellata da paesi, il solitario colle di Medea, l'immensa zona a vigneto lambita dall'Adriatico! scrive J. Sima nel suo volumetto Wanderungen durch das Küstenland.

Il viaggiatore era conquistato dall’amenità del paesaggio e dalla bontà dei vini.

Lo sapeva bene Giacomo Casanova sedotto da un vino bianco eccellente (probabilmente la ribolla gialla) e dalle grazie di una bella e amabile contadina di Spessa, durante il suo soggiorno nella residenza dei Torriani nel 1773. Ma il suo animo sensibile registrò anche i soprusi attuati ai danni dei coloni da parte del conte, la cui rozzezza e brutalità erano proverbiali.

“Tutti i beni del conte consistevano in vigne di vino bianco che davano un vino eccellente e gli rendevano mille zecchini l’anno. Siccome quel pazzo voleva spendere il doppio, si rovinava. Persuaso che tutti i contadini lo derubassero, frugava dappertutto, entrava nelle capanne, e, quando vi trovava qualche grappolo d’uva, distribuiva legnate ai disgraziati che non potevano negare di averlo staccato dal tralcio. Avevano un bel mettersi in ginocchio per chiedergli perdono: nulla li salvava dalle bastonate.”


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Ma lasciamo da parte le angherie del conte Luigi e godiamoci il paesaggio che si apre dinanzi a noi.
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La grande casa conosciuta dal Casanova non esiste più, un lungo viale alberato segna l’accesso al castello costruito nel 1881 su progetto dell’architetto triestino Ruggero Berlam.

Una cappella dedicata a San Michele custodisce gelosamente preziosità da alcuni secoli. Un magnifico parco con alberi imponenti, con statue di divinità greche e romane domina i prati e i laghetti sottostanti che fanno parte del campo da golf.

Fu il ricco commerciante triestino Rodolfo Voekl a comperare dall’ultimo “Torriano” di Spessa e da Emilio Formentini il castello e a ristrutturarlo. Dell’antico edificio, appartenuto originariamente ai Rassauer e ai Torriani, era rimasta qualche botte nelle antiche cantine. Al barone triestino Demetrio Economo il merito di aver circondato la dimora con un parco stupendo.

Durante la guerra il castello venne occupato dall’esercito italiano con Cadorna e Armando Diaz; alla fine del conflitto il mecenate triestino Salvatore Segrè lo acquistò. La tenuta recuperò via via  il suo splendore, in particolare dopo gli ultimi accurati restauri attuati dalla società “Castello di Spessa”. Le cantine e il bunker, che garantiscono ideali condizioni di temperatura e di umidità, ospitano le barrique per l’invecchiamento dei vini rossi dell’azienda vitivinicola: Conte di Spessa (Merlot, Cabernet franc e Cabernet), Casanova (Pinot nero) e Torriani (Merlot).

Ogni anno a primavera il sedicente cavaliere di Seingalt, che proprio a Spessa stava attendendo al secondo tomo dell’Istoria delle turbolenze della Polonia, viene ricordato con un importante premio letterario.


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Le colline sono costellate da case rurali dalla tipica tinta rosso mattone; si evidenza la residenza estiva dell’arcivescovo di Gorizia, costruita quale risarcimento per la rinuncia ad una parte del castello di Spessa ereditata nel 1872 alla morte del conte Clemente Thurn, attorniata da terreni e vigneti che costituirono la Mensa Arcivescovile. Attualmente solo il nome della via ricorda la sua antica destinazione, essendosi trasformata in una azienda vitivinicola d’avanguardia; sulle alture altre belle ville signorili, vigneti e prati, un tempo anche boschi come il “Bosco dei Cervi”, allevamento del conte de La Tour, ridotto successivamente a “Vigna dei Cervi”.

Dal verde si vede spuntare il campanile di Capriva dalla tipica cupola a cipolla.
 
La parrocchiale dedicata al SS. Nome di Maria, ampliata nell’ultimo ventennio del XIX secolo con lo sfondamento della centa, di cui rimane ancora qualche tratto, custodisce il fonte battesimale del 1569 e altari marmorei sei-settecenteschi.
Nei pressi una chiesetta seicentesca dedicata alla SS. Trinità ( vulgo San Giuseppe) conserva un Ecce Homo di E. Furlan e l’altare maggior con pala marmorea.


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Appena fuori Capriva in posizione dominante sorge un bianco castelletto in “Rundbogenstil” : era la dimora di due giovani sposi, la contessa goriziana Elvine Ritter de Zahony e il conte svizzero Teodoro de La Tour en Voivre. La loro diversa vocazione segnò il destino del luogo: da valente agronomo il conte trasformò i pascoli in fiorenti vigneti, importando dalla Francia nuove varietà; la contessa, di profonda religiosità luterana – testimoniata anche dalla chiesa evangelica costruita all’interno della struttura – accolse bambini orfani ed abbandonati in un istituto adiacente al castello, che lei stessa diresse fino all’occupazione da parte delle truppe italiane.
 

L’attività dei conti prosegue tuttora nell’azienda vitivinicola; l’istituto sopravvisse per opera di Adele Cerruti che vi fondò un ostello per orfanelle di guerra. Sull’altura sovrastante Russiz (<rusa, toponimo slavo per terreno erboso, zolla) inferiore sorge il mausoleo, che, destinato a serbare le spoglie dei conti – che riposano invece a Treffen, in Austria – ospita la cappella di San Giuseppe. Russiz superiore, attualmente sede di un’ importante azienda vitivinicola, sembra essere stato il luogo ove sorgeva un castello. Di proprietà dei conti di Gorizia, passò nel corso dei secoli a diverse importanti famiglie quali i Thurn –Taxis, gli Orzone, i Cobenzl. L’ultimo proprietario, il conte Hugues, Accademico della Vite e del Vino era studioso dell’enologia locale. Nei pressi la cinquecentesca chiesetta di San Giovanni Battista ristrutturata negli anni Ottanta, meta di fedeli nel giorno del santo.

Ridiscendiamo verso Spessa e costeggiando il parco, parte del campo da golf, il locale “Tavernetta”, presso cui è venuta alla luce una fornace romana dei secoli II-III secolo d.C., proseguiamo alla volta di Cormons.

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Sulle alture che degradano dolcemente verso la cittadina i filari di viti sembrano obbedire a sempre più rigorosi criteri simmetrici. A Pradis non ci sono ville gentilizie ma case coloniche di color mattone. La zona è da sempre patria del vino. Già nel Cinquecento la vite veniva coltivata in forma specializzata o maritata agli alberi; l’affitto dei terreni era pagato con la metà del vino prodotto o delle olive.
L’aria è pregna di profumo, lungo la strada “frasche” in bella vista invitano ad una degustazione allegra di vini di qualità e genuini. Sulla sommità della collina sorge un capitello dedicato alla Madonna dei Vigneti, espressione di profonda pietas popolare.


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Da Pradis scendiamo verso Cormons passando accanto alla fontana del Faet, da cui sgorga acqua solforosa dalle virtù terapeutiche; più avanti un capitello con il Crocefisso seminascosto da arbusti verdi.

Ci dirigiamo verso il centro della città, proseguendo per via Dante. Sulla Piazza XXIV Maggio, ristrutturata dall’architetto Podrecca, spicca il Lanciasassi dell’artista brazzanese  Alfonso Canciani, il cui originale e il bozzetto Monumento a Dante, che gli valse l’ambito Künstlerpreis in occasione della VII esposizione della Secessione, ed altre opere ancora, legate alla sua esperienza viennese, sono esposte nel settecentesco Palazzo Locatelli e nell’attiguo Museo Civico del Territorio. Documenti dell’archivio locale, bozzetti per le etichette delle bottiglie del Vino della Pace, utensili legati alla coltura della vite e alla vinificazione testimoniano la radicata tradizione e la meritata fama di “Vigneto” della Contea.
 
Poco lontano il Duomo di Sant’Adalberto, dove il primo giorno di settembre, festa di Sant’Egidio, convenivano i contadini per partecipare alla santa messa e alla processione che si snodava lungo le le vie del centro. Ci si preparava alla vendemmia. Ancora oggi inizia con la raccolta dell’uva bianca del Pinot per gli spumanti, poi le altre bianche, quindi “l’uva nera”, perché “ sia lasciata ancora qualche giorno sulla vite a far l’amore con il sole fin che è innamorata al punto giusto”. Il ritmo di lavoro era sostenuto, ma i momenti di allegra non mancavano, soprattutto quando all’ombra di un albero si consumava il minestrone di pasta e fagioli o d’orzo insaporito con un osso di maiale e si beveva il vino contenuto nei tipici fiaschi rivestiti di vimini e tappati con torsoli di pannocchia.

La grande kermesse oggi si tiene in un’altra data: il genetliaco dell’imperatore Francesco Giuseppe, occasione di incontro fra popoli un tempo appartenenti all’Impero austro-ungarico, che si riconoscono nel più ampio nome di Europa. Salgono l’imponente gradinata le coppie nei loro costumi tradizionali per assistere alla messa officiata nelle lingue del tramontato Impero.
Scenografia adeguata alla maestosità dell’edificio, per la cui costruzione nel 1736 si rese necessario demolire parzialmente la centa. La nuova chiesa sorgeva su una cappella dedicata alla Madre di Dio, forse la prima pieve di Cormons, inglobata poi in un nuovo edificio consacrato all’inizio del XIV secolo a Sant’Adalberto, vescovo martire tedesco come alcuni patriarchi ed imperatori di cui i conti di Gorizia furono fedeli vassalli.
Nel coro un altarolo cinquecentesco di pietra bianca; di particolare rilievo l’acquasantiera e la pale laterale della SS. Trinità di Giuseppe Tominz.


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Nel ridiscendere verso Piazza XXIV Maggio si rileva in modo più chiaro la struttura della centa, costituita da una doppia serie di case che racchiudevano l’altura con chiesa e campanile che fungeva anche da torre di avvistamento. La centa di Cormons risale al X secolo. Inizialmente gli edifici erano solo cantine e magazzini per la conservazione dei viveri, su cui nei secoli XIV-XV vennero costruite le abitazioni; sugli orti circondati da un fossato sorsero piccole case che nei secoli successivi sembrarono stringersi l’una all’altra sempre più strette. Quindi la scenografia mutò nel Seicento-Settecento quando la località si arricchì di palazzi gentilizi quali il palazzo Blumfeld-Taccò abbellito da tele dei Lichtenreiter e il palazzo Del Mestri-Waiz che con la sua imponente facciata sovrasta la stretta via Matteotti. La Casa dell’antica pieve è sede del Museo del Duomo in cui sono esposti documenti che attestano la storia millenaria di Cormons, le tele del Pavona e oggetti testimonianti la religiosità popolare.
Non lontano sorge Casa Neuhaus esistente già alla fine del XIV secolo, esempio raro di architettura, quando le case venivano costruite in legno.

Concludiamo l’itinerario nell’Enoteca, tempio dei vini del Collio.

Strenui difensori delle loro braide in cui coltivavano viti, i contadini si ribellarono più volte protestando contro l’imposizione di dazi. Nel 1624 inviarono ai delegati di Vienna un Esposto contro il dazio sul vino che era stato introdotto dopo le guerre veneziane.
“Benchè noi siamo quelli che con le nostre fatiche, e coi nostri sudori coltiviamo i vignali, noi restiamo tuttavia in tempo delle vendemmie senza vino in casa nostra. Quel poco che dalla grandine e da altre disgrazie, a cui le campagne sono esposte, ci rimane, spesse volte non basta onde soddisfare agli affitti ed agli altri debiti nel corso dell’anno incontrati co’ nostri padroni…”
La Camera comprendendo la supplica rinunciò al dazio sul vino “alla spina”, cioè su quello che veniva venduto nelle osterie.

Un bicchier di vino , uno spontaneo alzar di calice: primo saluto al forestiero, tacito invito alla sua disponibilità ad inserirsi nella comunità, a far parte di una grande famiglia.
 

Marina Bressan
Centro Ricerche Turismo e Cultura –Gorizia –

L’itinerario è stato tratto dalla guida
NELLA TERRA DEI SANTI DEL VINO.
Itinerari nella Provincia di Gorizia  alla scoperta di emozioni, curiosità e profumi

Edizioni della Laguna


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